BROGLIACCIO DI SCARNA VERITA'

BROGLIACCIO DI SCARNA VERITA'
schizzi, ricordi, appunti, foto, notizie su e di Giuseppe D'Ambrosio Angelillo

lunedì 23 settembre 2013

SPINOZA SE NE VA IN TERRA SANTA romanzo di Giuseppe D'Ambrosio Angelillo ACQUAVIVA



L'ALEPH. Recensione di Maria Teresa Venezia al romanzo di Giuseppe D'Ambrosio Angelillo "SPINOZA SE NE VA IN TERRA SANTA", Acquaviva, maggio 2009

Devo dire che quando Giuseppe D'Ambrosio mi annunciò nel cuore dello scorso lunghissimo inverno: "Sai, Spinoza se ne va in Terra Santa...", guardai fuori dalla finestra la neve che non smetteva di cadere silenziosa e pensai: "Ecco, adesso ci si mette anche lui! E' uno dei suoi tiri di scrittore irriverente..." e invece, sul finire della primavera, quando mi ritrovai con il suo nuovo libro tra le mani capii che era tutto vero!

E non mi sono certo tirata indietro, avviandomi anch'io in compagnia del misterioso filosofo alla volta della Terra Santa di tutti noi...

Procedendo di giorno in giorno nell'attraversata, parola dopo parola, pagina dopo pagina e capitolo dopo capitolo, mi sono accorta che mi trovavo difronte a quello che Jorge-Luis Borges, grande maestro d'incantesimi, definì in uno dei suoi racconti più indimenticabili, un Aleph.

Giuseppe D'Ambrosio aveva indubbiamente scritto un libro così, un libro-Aleph, ma per farvi capire di più bisogna che provi a spiegarvi cos'è un Aleph...

Un Aleph è il punto che contiene ogni cosa, ma non è il semplice "riassunto" delle cose, racchiude ogni cosa nella sua completezza, è la coesistenza di tutto, accuratamente sovrapposta e trasparente, così da poter vedere nella sua distinzione ogni elemento come entità autonoma, è per questo che l'Aleph contiene anche noi stessi, quello che è stato, ogni luogo e anche il testo che state leggendo, ed è in virtù di questa insolita natura che Borges lo descrive agilmente, in poche pagine, eppure possiamo trovarvi in esse l'intera narrativa di Borges stesso, la sua vita e ogni cosa immaginata fino ad allora.

Possiamo trovare un Aleph nei punti più impensati, dietro una pietra o nell'angolo buio della cantina, probabilmente senza vederlo, una cosa comunque va ricordata, una piccola parte di Aleph è dentro ognuno di noi, lo costruiamo attivamente attimo dopo attimo e l'Aleph incompleto e parziale alimenta la memoria che contiene tutti i nostri passati distinti e innumerevoli, vita dopo vita...

"SPINOZA SE NE VA IN TERRA SANTA", non ho dubbi, ha queste caratteristiche, proprio per la capacità dello scrittore di farne un piccolo cosmo, un dispositivo che contiene a sua volta tanti piccoli mondi, tante, numerosissime vite, una carrellata costruita, a piccoli punti, di tipi umani straordinari, nel senso letterale del termine, fuori da ogni pensabilità, ordinarietà, dotati di nomi burleschi, fantasiosi, fiabeschi, inconcepibili, ma che non si possono dimenticare, Sciaccupazzu, Pizza Sconcosciata, Basco Rock, Afrone lo Sciattone, Alice Sfasciabrande, e così via, tutti descritti con una gioia contagiosa, sempre con quella rara generosità fino al ripudio di ogni senso del risparmio, o senso del limite narrativo, che ti fanno riconoscere lo stile di Giuseppe D'Ambrosio lontano un miglio.

Tra questi personaggi, le cui vicende s'intrecciano alla vita e nella vita di Joseph K., il protagonista, come una luminosa sciarada di fili colorati che si combinano e si scombinano per formare trama e tessuto del libro, ha un posto particolare un gatto, grosso e nero e parlante, che si chiama Nerino, un gatto con gli stivali, metropolitano, che vi sfido a mettere nel sacco, che accontentandosi di una scatoletta di tonno, possibilmente di quelle da 500 grammi, offre i suoi servigi al suo Joseph, un padrone un pò ingenuo e speranzoso, che vuole proprio bene a tutti, qualche volta, stralunato, che dorme e sogna, sogna e dorme, nella sua casa dei morti, là dalle parti della Barona.

Questo animale sapiente, vi ricorderà, è inevitabile, il gatto calzato della fiaba della vostra infanzia, anche se Nerino non arriva a trasformare il suo padrone nel Marchese di Carabas, ma certo, mettendolo in guardia dalle mille trappole di una Milano sempre più pornografica e sfrenata, lo strappa più volte dalle grinfie di astuti "volponi" e seducenti donnine.

La trama, lo avrete capito, è corale, fatta contemporaneamente di amori in corso e di flash-back di amori passati, di tradimenti e di amori superfatali, di incontri lungo un viaggio che è più un'attraversata, compiuta rigorosamente in tram, dell'amata Milano, con uno sfondo assolutamente non compatto, che lascia intravedere, a intermittenze, nel ricordo, la campagna, la Puglia e il suo sapore di terra, di frutti, di umori insinuanti, ed è così che s'infiltra incessantemente la presenza quasi fisica del paese natale, Acquaviva, con la nostalgia del padre, della madre, della loro lingua e dei proverbi dei compaesani, contraltare al cinismo, alla laconicità cittadina, al suo linguaggio finanziario e finalistico, quasi robotico.

D'Ambrosio va, lungo il fluire delle cose, delle vite, a cassetta del suo caleidoscopico carrozzone, guidando con mano leggera, va, lungo quell'arteria direttrice dell'intero romanzo, che è il correre, lo scorrere, l'andare, con le movenze dell'acqua, alla ricerca della Terra Santa di ciascuno e ci porta in una struttura narrativa che ci appare sempre più simile a un quadro di Marc Chagall, un mondo colorato che ci comunica allegria e tristezza e ironia e ancora allegria, un mondo colorato come se fosse visto attraverso le vetrate di un'antica cattedrale, o magari proprio dello stesso Duomo di Milano...

E se torniamo ancora a Chagall, quando dice:

"Mia soltanto è la patria della mia anima. Vi posso entrare senza passaporto e mi sento a casa, essa vede la mia tristezza, è la mia solitudine, ma non vi sono case, furono distrutte durante la mia infanzia, i loro inquilini volano ora nell'aria in cerca di una casa, vivono nella mia anima, perchè mia soltanto è la patria della mia anima..." ecco, c'è un'eco di questo medesimo pensiero nella Terra Santa di D'Ambrosio, che intimamente "lavorata" dalla metafora della lontananza e dell'approdo, dal desiderio della patria dell'anima, per ogni esule, come noi siamo, che cerca quella Gerusalemme indivisa in quanto tollerante di ogni differenza, perchè, in fondo, Gesù non era forse un Ebreo e un Palestinese?

Per questo penso che proprio là Spinoza doveva andare e allora correte a leggere la sua straordinaria lettera di commiato, con la sua firma, là, a conclusione del romanzo, perchè rappresenta la cifra dell'opera di D'Ambrosio e non dimenticatevi che il misterioso filosofo, fabbricatore di lenti e cabalista segreto, meditatore di Talmud e di Sephiroth, nella Gerusalemme del suo cuore, propose un modello di mondo in cui si tratta di:

"Attraversare la vita non con paura e pianto, ma in serenità, letizia e ilarità..."

E non è questo che Giuseppe D'Ambrosio, libro dopo libro, ci invita a fare?


MARIA TERESA VENEZIA

domenica 22 settembre 2013

CHARLOT Acquaviva (di Giuseppe D'Ambrosio Angelillo)



IL POETA
Una volta Charlot disse a un suo amico poeta:
"La Poesia è una lettera d'amore al mondo".
"Sì, peccato che però il mondo non abbia ancora imparato a leggere", disse il Poeta.

La semplice saggezza del più grande attore comico del mondo: Charlie Chaplin.
on www.books.google.com

Giuseppe D'Ambrosio Angelillo L'EBREO NELLA NEVE romanzo ACQUAVIVA





    "Impossibile restare indifferenti alla lettura di un romanzo di Giuseppe D’Ambrosio e anche questo ultimo suo lavoro non fa eccezione.
   Ci troviamo ad attraversare un impetuoso flusso che potremmo definire di “memoria” dalle differenti correnti che ci conducono ad approdare, talvolta, ma non sempre, nell’ isola dell’infanzia e della giovinezza dell’autore, dove vengono svelati ricordi, immagini, voci, dei genitori, dei fratelli, degli amici, dei compagni di scuola, tutti, mai dimenticati.
   Il romanzo è costruito su differenti piani, ma collegati da un filo rosso che occorre saper afferrare per poter tenere l’orientamento nel fantasmagorico labirinto della scrittura, si inaugura così fin dalle prime battute questo gioco al perdersi e ritrovarsi che prosegue senza interruzione, appena un attimo prima eravamo seduti a conversare con un improbabile personaggio ebreo in un quartiere della vecchia Milano e l’istante successivo eccoci negli assolati e gioiosi vicoli e piazze della amata Acquaviva!
   Questo déplacement, però non si limita alla dimensione dello spazio, ma viene a toccare anche quella del tempo, esattamente come accade in certi processi di pensiero caratterizzati da un potente metonimia.
   Il lettore si trova dinanzi a vertiginosi “punti di fuga” che potrebbero evocare non solo certe opere di pittura astratta, ma soprattutto alcuni pezzi musicali, barocchi e jazzistici ad un tempo, per cui l’intero romanzo è pittorico e musicale contemporaneamente, come ibridato con una suprema “maestria”.
   Giuseppe D’Ambrosio ha un grande pregio, ovvero, sa essere di una semplicità disarmante e quasi simultaneamente, come tutti i veri artisti, di una sofisticata eleganza, terrestre e aereo nello stesso tempo, così in questo straniante romanzo, straniante perché famigliare e alieno, solare e lunare, di natura cangiante e sfaccettata fino alla vertigine.
   Lo stesso autore a tratti sembra invitarci a seguirlo nelle sue epiche attraversate, affascinanti quelle sotto la neve, su cui ritorneremo, della città di Milano, rigorosamente, a piedi, camminando, e questa camminata rappresenta il momento, il tratto metaforico, di condensazione, di simbolo, del “movimento” a cui il lettore deve sapersi unire per godere appieno di questa opera particolarissima.
   Il fatto che lo scrittore venga spesso scambiato “per un ebreo”, potremmo definirlo un vero e proprio focus del romanzo, invenzione letteraria che giunge a far penetrare fin sotto la pelle l’unheimliche, l’in-domestico, la stranianza, l’estraneità, in cui D’Ambrosio è di volta in volta, di libro in libro, un vero e affermato maestro.
   Quindi “Un ebreo nella neve”, così, il titolo che richiama l’incredibile capitolo che forse riassume in sé tutto il senso del romanzo, capitolo di una straordinaria e commovente bellezza, in cui lo scendere della neve diviene quasi tattile, ci invade fisicamente, animando il paesaggio urbano, divenendo un personaggio di candida purezza.
   Quasi magica la neve, che viene a portar via la tristezza, la delusione, la grande malinconia di cui il protagonista è intriso, mentre abbandona una casa, per lui ostile, preferendo inoltrarsi nella notte e in questa neve celeste, che a poco a poco lo ricoprirà completamente.
   Tale è il momento di sintesi del libro, momento che sta a indicare come il sapersi staccare, il saper lasciare, salpare, mollando ogni ormeggio, abbandonando così “la terra ferma” delle sicurezze e delle convenzioni di qualsiasi natura esse siano, ovvero il saper trovare “l’ebreo” in ciascuno di noi, rappresenti una chance impareggiabile, da non rifiutare, mai, vincendo quella paura che talora costringe la nostra nave a stare ferma in porti sicuri, ma opprimenti quella parte della nostra natura più intima che aspira incessantemente a compiere quei passi nel profondo della notte e nella neve più fitta per poter andare incontro al proprio vero 
destino."
MARIA THERESA VENEZIA

on www.books.google.com

"La neve va e viene
ma l'Ebreo è sempre là".
PROVERBIO YIDDISH

venerdì 20 settembre 2013

ECCOLA LA VITA, MI SON DETTO



    sono entrato in libreria e c'era poca gente. i librai parlavano della pasta all'amatriciana e delle mattonelle del cesso che costavano troppo. tra dostoevskij e alice munro. anche lì best seller dappertutto. molti libri mi sembravano vecchi, scritti da anime morte. la libreria stessa mi è sembrata un camposanto, un posto morto. allora me ne sono uscito e son salito in piazza duomo. e lì come per incanto mi son trovato davanti la bellezza della vita. una turista bionda, tutta vestita di nero, snella e molto alta.
   "eccola la vita, mi son detto. quella vera".
   la bellezza viva mi camminava davanti. poco lontano si è abbracciata al suo ragazzo e si son messi a baciare, lì, davanti a tutti. erano belli a vedersi. si son fermati e continuando a tenersi abbracciati si son messi a guardare la bellezza maestosa del duomo, tutto bianco e luccicante nel sole forte del tardo settembre. sembrava che erano davvero estasiati e del loro amore e della grandiosa visione d'arte che avevano difronte.
    io ho continuato per la mia strada. un nero che vendeva libri me ne voleva affibbiare uno, io l'ho scansato.
   "nemmeno uno sguardo?", mi ha detto con una vena di malinconia.
   "che ci vuoi fare?, gli ho detto io. non ci ho una lira".
   infatti in libreria volevo comprare due libri e non li ho comprati. per assenza completa di soldi.
   due libri di poesia, uno di buffoni e un altro di benedetti, il romanziere uruguagio. li ho leggiucchiati a lungo e mi son sembrati entrambi molto forti. li volevo davvero comprare ma son stato costretto a mollarli lì, dove li avevo trovati.
    più avanti un fotografo indiano attirava l'attenzione sparando pernacchie spudoratamente, e grattandosi le palle in maniera provocatoria e grossolana. tutti scappavano da intorno a lui. si vedeva che disprezzava tutta la gente occidentale che aveva dattorno. la gente faceva persino finta di non vederlo ma lui continuava imperterrito a spernacchiare a tutto spiano. a me faceva ridere.
   due si baciavano e se ne fregavano di tutto il mondo, indiano pacchiano compreso.
   una vacca con posa da pin-up tutta truccata e imbellettata pesante, tutta vestita d'azzurro, si faceva fotografare da un tipo che sembrava un pappone sudamericano. era un servizio per chissà quale giornale patinato della larga pampa argentina.
   una cinese altissima, quasi sicuramente una modella di seconda categoria, le spalle un pò curve per via della sua altezza davvero impressionante, se ne andava con aria vergognosa e timida, quasi dovesse scusarsi con tutti della sua presenza lì, nella piazza più prestigiosa di milano.
   una rossa inglese invece se ne andava tutta fiera dei suoi merletti e delle sue sete e soprattutto della sua superba capigliatura rossissima. sapientemente truccata se ne andava piano, tirandosi dietro il suo piccolo trolley, assaporando ancora la mirabile visione del duomo tutto illuminato e splendente nel sole caldo. camminava lenta e misurata anche per far risaltare meglio i suoi eleganti vestiti e i veli e le organze. faceva finta che la valigetta a rimorchio le dava un gran fastidio, ma non era vero. era solo una gran bella ragazza che voleva essere ammirata quasi fosse lei stessa all'altezza della possente bellezza del duomo.
   all'angolo invece c'era un filosofo russo, la lunga barba incolta, che inginocchiato chiedeva l'elemosina. sembrava il vecchio tolstoj, il sapiente monaco florenskij. nessuno badava a lui, che davanti aveva un piccolo tappetino con qualche moneta da 50 centesimi.
   su un muro un manifesto gigante che recitava in caratteri cubitali giallastri: "il futuro del tuo lavoro". sotto un giovane pezzente chiedeva anch'egli l'elemosina. la barba nera, la fronte altera, gli occhi imploranti, ma non visto saettavano bestemmie invisibili.
    a che posto sei tu nella classifica degli scrittori italiani, amico mio? e chi lo sa? se lo sapessi forse smetterei di scrivere ma non lo so e allora mi va ancora alla grande...
    un pescivendolo, più in là, vende uno strano pesce con su scritto "lampuga", non è un pescecane ma fa paura pure lui, e se lo vendono forse è pure molto buono da mangiare.
GIUSEPPE D'AMBROSIO ANGELILLO
    

INTERVISTA a Giuseppe D'Ambrosio Angelillo (Blog Fuoridiclasse - Scuola Media Tabacchi Milano)

Intervista a Giuseppe D’Ambrosio Angelillo

Intervista esclusiva a Giuseppe D’Ambrosio Angelillo, amico di Alda Merini, rimastole accanto fino alla  sua morte. Un racconto pieno di storia letteraria intriso di commozione. “La poesia è saper esprimere la sensibilità. Quello che bisogna abolire è la precarietà mentale.” Dice alla redazione Fuoricl@sse. “Alda l’aveva capito. E vedeva  in tutte  le cose ciò per cui esprimersi.”
In occasione della Giornata mondiale della Poesia abbiamo incontrato nei locali della redazione di Fuoricl@sse Giuseppe D’Ambrosio Angelillo, laureato in Filosofia all’Università Statale di Milano, scrittore fierissimo di non aver mai vinto un premio che ci ha raccontato la commovente storia della sua amicizia con Alda Merini partendo dal loro primo incontro che gli ha trasmesso la grande passione per la poesia. Autopubblica i suoi libri e ancora oggi, scrive sul suo sito,  frequenta “L’Università della Vita” dove studia molto con incerto profitto.

Alda Merini
Che ricordo ha di Alda Merini?

L’ho conosciuta a metà degli anni ’80 al bar della Chimera, a Milano, una libreria con annesso un ristoro. Alda andava a leggere le sue poesie, a regalarle. Era molto povera in quegli anni. Dopo il fallimento del suo matrimonio, non aveva molto. La sua casa, dove accoglieva tutti, rimase sempre quella di Ripa di Porta Ticinese al 47. Non ha mai “tradito” il Naviglio, nemmeno quando, oramai famosa, le chiedevano se volesse cambiare casa. “Qui sono nate le mie figlie”, diceva. “Non posso andare via. Qui abita il mio cuore, e non posso abbandonarlo.” La sua casa era come un nido degli uccellini, e non è un eufemismo. Lasciava il balcone aperto ed entravano i passerotti con cui parlava. Il Naviglio a cui si riferiva sempre Alda era un Naviglio popolare, abitato da povera gente, ma allo stesso tempo allegra e molto solidale, di vero buon cuore. Alda era una persona meravigliosa. Ti occupava tutta la vita. Non era un’amica che si faceva sentire una volta ogni tanto, ma ti raccontava tutto chiamando in continuazione. La Merini era, non a caso, una delle pochissime autrici e poetesse che non avevano abolito il confine tra poesia e vita. La poesia era la vita, come il titolo del suo libro “Più bella della poesia è stata la mia vita”. Alda aveva la grande sapienza di vedere la poesia nelle piccole cose. Aveva fatto solo la scuola dell’avviamento, suo padre non voleva che continuasse a studiare perché era una femmina: lei non si arrese e continuò a studiare.

Giuseppe D'Ambrosio con Alda Merini nel 2001
Com’è diventata una poetessa così famosa?

Era la figlia di una famiglia molto povera. Non aveva nemmeno la scrivania per scrivere, eppure da un cantuccio umile ha scritto capolavori che hanno fatto la storia della letteratura italiana. E cominciò a scrivere da quando era molto piccola sbalordendo tutti. La Bur, una casa editrice, pubblicava allora piccoli libriccini con tutti i capolavori della letteratura italiana a 50 lire. Lei si fece la cultura su quei libri. Un giorno, la sua professoressa di italiano, mentre frequentava la scuola di avviamento al lavoro, ovvero la scuola media per i poveri, si accorse del suo raro talento. Conosceva un redattore di una rivista letteraria che aveva bisogno di una dattilografa (cioè di una persona che sapesse trascrivere velocemente su una macchina da scrivere). E visto che Alda era molto brava, la professoressa decise di presentarla. Quel giorno in redazione c’era Giacinto Spagnoletti, un critico che se ne intendeva di poesia. Questa professoressa gli disse: “scrive poesie bellissime”. La guardarono e per poco non scoppiarono a ridere perché increduli che in una ragazzina di appena 14 anni potesse nascondersi un genio. Quando si decise casualmente a leggerle, non credette ai suoi occhi: si rese conto di essere davanti a un miracolo della natura, un prodigio. Fu così che decise di pubblicarle nella sua raccolta dei poeti italiani, “Antologia dei poeti italiani fino al dopoguerra” (dai primi dl novecento fino a metà degli 50).
È cambiata la poesia oggi?

La poesia è una dimensione universale. Che ci siano grandi poeti o che non ci siano non cambia proprio nulla. Deve esserci sensibilità e questo dipende dagli occhi delle persone. La bellezza sta in tutte le cose, anche in quelle che sembrano imperfette. Quando andavo a scuola ed ero costretto a imparare a memoria Iliade e Odissea, mi immaginavo un mondo meraviglioso. Dipende da quello che noi creiamo con la nostra mente. Poesia è una parola greca che significa proprio “creazione”. Un mio racconto può diventare universale attraverso una comunicazione di sensi e di significati che appartengono a tutti. Per gli orientali la poesia è zen, cioè dono, regalo. Per esempio, fare la redattrice per un giornale così piccolo come il vostro, è una grande poesia. Ma la poesia non paga. Quando vai in libreria a comprare un libro, paghi carta e inchiostro e non il lavoro del poeta. Il poeta non si fa i soldi con la poesia. Alda vendeva decine di migliaia di libri ed era rimasta povera. Così come Umberto Saba. Quando ero piccolino, guardando una sua intervista in tv, mi rimase impresso il rattoppo che aveva sulla giacca e la scrivania fatta di cose molto povere. Mi colpì la povertà di un poeta famoso. Lui si è guadagnato da vivere facendo il libraio.
Cosa Le è rimasto di questo esempio di vita?

Tutto, soprattutto la semplicità con cui dobbiamo vedere la realtà. Dobbiamo avere il giusto valore delle cose. Faccio un esempio: una redazione, come questa, nella sua semplicità, senza lustri e lustrini. Questa è poesia, è una cosa bella. Se si è bravi ad osservare, si vede intorno tanta poesia. La poesia sta in tutte le cose ed è un’esclusiva di tutti gli esseri viventi. Alda scriveva poesie in continuazione, fino alla fine della sua vita. Mi ha dettato delle poesie persino nella sua ultima notte. Mi ha trasmesso questa passione enorme. Ho creato un blog “Soldato rock” dove ho pubblicato moltissimi suoi componimenti. Alda rimarrà un grandissimo esempio. La sua opera deve essere ancora riscoperta tutta. Quando andavi a trovarla ti regalava una poesia. Ti diceva prendi la penna e scrivi: e dettava.
E della polemica degli ultimi giorni sulla Divina Commedia?

Dante è il poeta più grande della letteratura italiana. Ci sono poeti stranieri che imparano l’italiano per studiarlo. Quindi la polemica degli ultimi giorni non è da considerare. L’Italia unita c’è grazie a Dante. Ha unificato l’Italia non politicamente, ma culturalmente con il suo poema e con la parola “amore” che racchiude lo spirito dell’italianità.
Ma lui parla anche dell’inferno.
Parla di tutto. Ha catturato tutta l’italianità. “Nel mezzo del cammin di nostra vita”, c’è una rivoluzione dell’”io”. L’era moderna nasce tutta da lì.
Da quanto tempo fa questo lavoro?

Ero figlio di contadini e da piccolo andavo con mio padre a lavorare. Mi alzavo la mattina alla 4 per andare nei campi. Ma capivo che non era quello che volevo e allora ho cominciato a studiare: era il mio modo per evadere. Oggi vivo di cultura. Sono un autore che si auto produce e cerca di esprimere le piccole cose con semplicità. Come diceva Epicuro, un grande filosofo greco, ci sono i bisogni naturali e quelli innaturali. I primi, come mangiare, dormire, sono facilissimi da esaudire; gli altri sono quelli della mente e sono impossibili da esaudire perché non ci si può accontenta. Scrivere è andare oltre, oltre se stessi, oltre gli altri, oltre il piccolo posto dove per caso siamo capitati, e vedere cosa c’è di buono per noi che ancora non riusciamo a sapere, se per scalogna o per pigrizia non abbiamo il coraggio e la forza di andare oltre. E questo benedetto andare oltre molti la chiamano Speranza.
La redazione di Fuoricl@sse

Giuseppe D'Ambrosio Angelillo OGNI NOTTE UN SOGNO racconti onirici ACQUAVIVA


Giuseppe D'Ambrosio Angelillo CONTADINI E SQUATTRINATI racconti ACQUAVIVA

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